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PASQUA - TRADIZIONI SALENTINE
Segnaliamo le importanti
processioni che avvengono il Venerdì Santo dove, oltre
all'esposizione del Corpo del Cristo Morto, vi è
l'uscita della Madonna dell'Addolorata.
In quasi tutti i paesi del
Salento i riti iniziano il lunedì e si protraggono fino
al sabato, quando a mezzogiorno, lo scampanio festoso e
lo sparo dei fuochi d'artificio, annunciano la
resurrezione di Cristo.
Dalla mattina del giovedì
le campane sono mute "ttaccate" (attaccate) e le
funzioni religiose sono annunciate dal suono sordo delle
"trenule" a volte accompagnate dal suono di un
corno. Quindi si preparano e si allestiscono i
sepolcri. Un'usanza non del tutto scomparsa è quella
di disporre nelle varie chiese dinnanzi ai sepolcri il
così detto "piattu pe lu sabburcu", un piatto per
il sepolcro, formato da grano germogliato al buio,
ornato con nastri e immagini sacre, riprendendo così
un'antica tradizione che altro non è che la
trasposizione del mito di Adone che moriva e rinasceva
ogni anno, tra fiori e luci.
Dal giovedì santo alla
Pasqua le massaie un tempo evitavano di fare il
bucato per non incorrere nelle pene dell'inferno.
Come abbiamo già detto,
suggestive sono le processioni del venerdì santo in
molti centri salentini, accompagnate dalle bande
musicali che intonano motivi lugubri e strazianti.
Tra i vari personaggi da
segnalare in questo periodo, oltre agli elementi
costituiti dalle varie confraternite con abiti di
diverso colore e spesso incappucciati, segnaliamo la
"quaremma". Nella tradizione popolare è
rappresentata da una vecchietta con la conocchia in
mano ed un' arancia amara, con sette penne infilzate.
Questo fantoccio viene appeso al camino all'inizio della
quaresima ed ogni settimana si sfila una penna
dall'arancia. L'ultima penna viene sfilata a Pasqua,
giorno in cui si butta nel fuoco la quaremma.
In alcuni paesi del Salento
ancora oggi, si espone ai crocicchi quale monito di
penitenza. Arrivata Pasqua la quaremma si distrugge. Si
cosparge di liquido infiammabile e dopo averla imbottita
di petardi si incendia saltando in aria disintegrandosi,
tra l'allegria di tutti.
Il malladrone è
certamente l'opera più conosciuta della chiesa di San
Francesco d'Assisi. La statua lignea, opera dello
scultore Vespasiano Genuino, ha un'espressione insieme
terrificante, disperata, beffarda, iraconda e grandiosa.
Persino il poeta Gabriele D'Annunzio, venuto nel salento
nel luglio 1895, fu colpito al punto che egli parlò
dell'orrida bellezza del Misma nella sua "Beffa di
Buccari". La tradizione vuole che i denti della statua
siano quelli dell'autore dell'opera, oppure di un
condannato.
Ultimo personaggio da
segnalare tra i tanti è una statua in cartapesta
che rappresenta il legionario romano che flagellò il
corpo di Cristo conosciuto nella tradizione popolare
come "Pati Paticchia" dal greco "Pathos" (patire,
soffrire).
Questa statua una volta
veniva esibita il giovedì santo, ma quest'esposizione fu
vietata perché la gente che andava a visitare il
sepolcro si scagliava contro la statua percotendola con
pugni ed alcuni con aghi o con altri strumenti che
creavano danni irreversibili alla statua, volendo così
punire indirettamente chi aveva fatto soffrire il Figlio
di Dio.
Inoltre si credeva che chi fosse nato o battezzato il
Sabato Santo sarebbe stato nella sua vita molto
fortunato, e se maschio e nato da una famiglia povera,
si sarebbe fatto prete a spese del Capitolo come
avveniva a Maglie.
Il giorno di Pasqua a
mezzogiorno tutti i parenti si univano a tavola per
gustare il pranzo, tutti vestiti con gli abiti della
festa e gustando un pranzo che un tempo era a base di
cicorie cotte in acqua e condite con olio di oliva, uova
sode, la "marzotica" gustata con fave verdi e non
mancava mai la "cuddhura" ciambella con una o più
uova sode.
Altra importante tradizione
popolare era il cosiddetto "Santu Lazaru" una
serie di serenate cantate in rima, che, nei paesi della
Grecìa Salentina diviene la Passione di Cristo in griko
cantata agli angoli della strada come cantastorie
portando sulle spalle un ramo d'olivo ornato di nastrini
colorati fatto benedire insieme alle palme la domenica
che precede la Pasqua.
Altra tradizione è quella
dei panieri formati intrecciando le foglie degli
alberi delle palme, questi panieri contenenti a
volte cioccolatini li regalavano i fidanzati alle
fidanzate che ricambiavano a Pasqua con la "cuddhura".
La palma benedetta, simbolo
di pace, si poneva nell'intercapedine del quadro situato
sul letto matrimoniale oppure dietro la porta d'ingresso
delle abitazioni per tenere lontane in entrambi i casi
le malattie.
Il ramoscello d'olivo,
invece si poneva in un angolo del campo per proteggere i
raccolti.
Infine è da segnalare che
nel lunedì in Albis si festeggia ovunque la pasquetta
con un'importante fiera del bestiame a Noha,
frazione di Galatina mentre i leccesi, sempre originali
e un po' snob festeggiano la pasquetta il martedì.
Tradizione chiamata a Lecce
"Lu Riu" che sarebbe la scampagnata che una volta
i leccesi facevano per raggiungere la chiesina della
Madonna d'Aurio posta nel feudo di Surbo, ma
vicinissima alla periferia leccese, quindi questa usanza
del ripetere la pasquetta anche il giorno dopo nasce
dalla tradizione di voler raggiungere questa chiesina
dedicata alla madonna di Loreto che la forma dialettale
d'Aurio ha trasformato in "Lu Riu".
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