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Ci troviamo in via Santa Lucia
n. 4, nel centro storico ed a dieci metri dalla piazza principale di
Uggiano la Chiesa
(LE), piazza Umberto I. Uggiano è un centro agricolo del Salento meridionale, ubicato
nell'entroterra di Capo d'Otranto, sul terrazzo ondulato che digrada
lentamente verso la costa adriatica, alta e rocciosa.
È un bianco e splendente paese immerso tra ulivi, fichi e muretti a
secco.
L'abitato si raccoglie attorno ad un'ampia piazza nella quale si trova
la Parrocchiale edificata alla fine del XVIII secolo in onore di "Santa
Maria Maddalena Penitente".
Uggiano la Chiesa dista 45 Km dal capoluogo di provincia, 5 da
Otranto
e
solo 3 dall’insenatura di Porto Badisco.
Nell'economia locale l'allevamento del bestiame e l'agricoltura si
uniscono a piccole industrie a livello artigianale: mulini, panifici,
caseifici, frantoi oleari, sartorie ed artigianato della pietra "leccese".
Pregiati tappeti ed arazzi eseguiti nella tradizionale lavorazione a
fiocco sono il vanto di Uggiano La Chiesa.
Visualizzazione ingrandita della mappa
Tratto da
Quella terra
mi ricorda Cuba
incontro con Alvar González-Palacios
Francesco Erbani (la Repubblica 13 agosto 2001)
Uggiano La
Chiesa
Qual è il paesaggio ideale per un uomo destinato dalle stelle a vivere
lontano da dove è nato? Alvar González-Palacios l'ha cercato, ne ha
visti tanti. Li ha colti con il colpo d'occhio che ha imparato da
Roberto Longhi e del quale si serve per il suo mestiere (è storico
dell'arte, fra i più grandi studiosi di miniature e decorazioni, esperto
di mosaici, pietre dure, intarsi, tavoli intagliati, consolles, scrittoi
e cammei). Però non ha trovato niente di più avvolgente di una casa, non
la stessa casa per tutta la vita, ma comunque un reticolo di mura
arredate come le sa arredare lui, entro le quali si è sentito, volta a
volta, di appartenere a qualcosa e non più un esule.
González-Palacios, maestro di gusto in un'epoca fra le più difficili per
professarlo, è nato sotto il segno del Toro. A Cuba, nel 1936. Dal 1955
non vive più nella sua isola, dove, dice, non avrebbe più alcun senso
tornare. La fama che circonda la sua cultura è altrettanto consolidata
di quella che accompagna la sua lingua tagliente. Non ha protezioni
accademiche. Ha dimestichezza con le più belle case del pianeta.
Organizza mostre in tutto il mondo (celebri quella del Seicento e del
Settecento a Napoli: l'ultima si è da poco aperta al Prado e raccoglie i
mosaici e le pietre dure delle collezioni reali spagnole).
Ma la sua vera specialità è quella di ricostruire la storia, i passaggi
di mano e persino le tribolazioni di oggetti preziosi, un'angoliera
napoletana del '700, una porcellana ottocentesca di Sèvres, una tazza
puerperale Luigi XVI. Alvar González-Palacios parla di Cuba, di Roma, di
Napoli seduto su una poltroncina ricoperta da un drappo con motivi
floreali, al centro di un salotto che ha un soffitto alto almeno sei
metri e le volte a coda di rondine (in ogni stanza ci sono volte
diverse: a botte, a crociera e altre ancora). Alle pareti nessun quadro,
solo frammenti di marmi policromi provenienti dall'Africa e dall'Asia.
Il caldo è afoso. Siamo a Uggiano, pochi chilometri a sud di Otranto, un
paesino del Salento con le case bianche e i palazzetti signorili.
Uggiano conta tremila anime, è circondato da un tappeto di ulivi e
assordato da eserciti di cicale. Un quarto d'ora a piedi ed ecco il
mare, con le rocce e le insenature che lo conservano freddo e pulito. I
paesaggi della sua Cuba sono consegnati a una memoria sbiadita, che si
addensa quando, passeggiando, Gonzàlez-Palacios sfiora una pianta di
mariposa, il fiore nazionale dell'isola. Qualche anno fa, sul terrazzo
di un'amica, rimase folgorato. Sentì quel profumo che credeva di avere
dimenticato e improvvisamente si ricompose davanti ai suoi occhi la
grande casa di legno a San Vicente, con il rimbombo che producevano
sull'impiantito i passi di suo padre. Di quella mariposa ha staccato un
pezzetto di tubero e l'ha fatta rifiorire nella casa di Roma, in palazzo
Caetani, a via delle Botteghe Oscure. Un'altra mariposa è qui, nel
giardino della casa di Uggiano, accanto a un limone e a tantissime rose.
Alvar, braghette di cotone color tabacco, t-shirt verde bottiglia,
timberland ai piedi, racconta di aver comprato questa casa quattro anni
fa, dopo aver messo una croce nera sull'isola greca di Patmos, che in
tutte le graduatorie della mondanità internazionale è contrassegnata con
cinque stelle. "La gente dell'isola è diventata avida", dice. "E' un
paradiso, il mare ha il colore del cobalto. Ma il turismo ha distrutto
ogni cosa e con i soldi che incassano, gli abitanti maltrattano gli
animali e le piante. A luglio e agosto sbarcano migliaia di italiani
pieni di soldi e volgarissimi".
Uggiano, le sue campagne, il mare e questa casa sono il paesaggio che ad
Alvar ricorda Cuba. "Mi manca la vegetazione della mia isola. Mi mancano
le voci. Ma non tornerei a Cuba per nessun motivo". Colpa di Fidel
Castro? "In parte. Il regime comunista ha espropriato la mia famiglia di
ogni cosa. Qualche tempo fa ho dovuto mandare a mia sorella degli
occhiali da vista perché lì non se ne trovavano. Ma ho anche vissuto gli
ultimi anni del dominio di Fulgencio Batista, corrotto e venduto. No,
non tornerei. Non ho voglia di affrontare un mondo che non mi dice più
nulla. I miei amici o sono morti, o sono in galera o sono ministri e
ambasciatori".
Il palazzetto di Uggiano risale al Seicento e rammenta qualche tratto
dell'architettura coloniale di Cuba. E' rivestito di calce bianca, che
serve ad alleviare la calura (compito che assolve egregiamente). Sul
bordo della facciata corre uno stretto camminatoio, sotto il quale si
apre un portale di pietra lavorata. Il camminatoio disegna il perimetro
di un cortile che ricorda il patio delle case di Santiago di Cuba.
Barocca è l'edilizia di quel lembo dell'isola caraibica, barocche sono
la facciata, i pinnacoli e le decorazioni della chiesa di Santa Maria
Maddalena, che incombe sul giardino chiuso di Alvar González-Palacios,
sfoggiando i suoi ornamenti fastosi, composti di fronde, corolle,
grappoli e rosoni. "Io amo il mare di un amore religioso. E' l'unico
elemento che mi fa uscire da me e mi consegna a un'altra cosa. Se
potessi decidere io, vorrei morire nuotando. Di colpo. Ho aperto gli
occhi davanti al mare e voglio chiuderli lì. Ma non comprerei una casa
al mare. Non mi interessa che una casa abbia il panorama. Io prediligo
gli ambienti, le atmosfere, i paesaggi interni". I paesaggi interni sono
il paradiso di un collezionista... "Per carità io non sono un
collezionista. I collezionisti mi annoiano con la loro mania pedagogica,
la fisima di mostrare. Chi colleziona preferisce la completezza di una
serie. A me piacciono la qualità e la fantasia. Io sono curioso, non
desidero possedere gli oggetti. Conoscenza e possesso sono due mondi
distinti. Quando ho comprato la casa di Salita Sant'Onofrio a Roma, la
mia prima casa di proprietà, ho venduto quasi tutto quello che avevo,
duecento pezzi, fra mobili e dipinti".
E questi mobili di Uggiano dove li ha comprati? "A Parigi e ad
Amsterdam. Non compro nulla in Italia. I prezzi degli antiquari romani
sono impossibili". Non c'è nessun rapporto con il paesaggio esterno? "E
perché dovrebbe esserci? Una casa deve esprimere cultura e saper vivere.
Deve essere sede di meditazione, di lettura, di pensiero - voluttuoso o
vago che sia. E soprattutto di conversazione".
Ma cosa l'ha spinta a cercare una casa qui? "Questo angolo di Salento mi
ricorda l'Italia pacata e ricca di buone maniere che conobbi quando
arrivai da Cuba, nel 1955". Gonzàlez-Palacios, studioso di arti minori,
di intarsi e di pietre, si è lasciato sedurre da una terra che concentra
proprio nelle pietre la sua appartenenza al Sud del mondo, un parallelo
ideale che dall'Avana sfila fin qui. L'intero orizzonte visivo di questa
Puglia estrema è occupato dalle pietre. Le pietre più illustri appaiono
in forma di grandi lastre o in blocchi alti nei megaliti preistorici. Le
pietre più comuni, sovrapposte malamente, servono per costruire capanni
e ricoveri di varia foggia. Le pietre appena sbozzate, squadrate alla
meglio, sostengono invece terrazzamenti oppure tracciano chilometri e
chilometri di muretti a secco, tirati su senza malta, che segnano i
confini degli uliveti, ma molto spesso corrono anche dentro gli uliveti,
disegnando delle spire o delle figure geometriche più regolari che,
viste dall'alto, dove di solito i contadini non arrivano mai, sembrano
il perimetro di un labirinto fantastico.
Altro scopo non hanno, questi muretti, se non quello di sistemare in
qualche modo i massi scavati nella terra, un'infinita quantità di
blocchi: ma lasciano immaginare uno sfoggio di perizia artigianale e in
molti esemplari una spiccata sensibilità estetica. Qualcuno potrebbe
chiamare anche questa un'arte minore. Le pietre lavorate a volute e
arpeggi immaginifici sono l'emblema della casa di un signore. Il muretto
a secco è il segnavia di una tradizione contadina. Se ne trovano così
anche nella Sicilia sud orientale ma, dicono, ormai nessuno li
costruisce più.
Il barocco leccese, che tenta di riprodurre quanta più natura possibile
nella pietra, rimanda alla Spagna. Tutto il Sud Italia è un po'
spagnolo. "Ma ha poco a che fare con la Spagna vera", corregge
González-Palacios, cubano la cui madre aveva origini spagnole. "L'anima
della Spagna profonda è fosca e intrisa di sangue a differenza della
mitezza di questi luoghi e dei suoi abitanti. La mitologia dei paesaggi
salentini corre invece su altre onde. "Mi chiederai come ha fatto questa
gente a scavare e ad allineare tante pietre", scriveva un grande
personaggio di queste terre, Tommaso Fiore. "Io penso che la cosa
avrebbe spaventato un popolo di giganti. Ma non ci voleva meno della
laboriosità di un popolo di formiche".
MAPPA DI UGGIANO LA CHIESA |
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